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Fabris: «La lavorazione torna qui ma c’è un buco di 15 anni»

Piero Erle / Il Giornale di Vicenza

«Il tessile è stato il primo a patire la delocalizzazione: le grandi aziende misero il costo del lavoro come fattore principale. Io lo dicevo, allora: “È un errore, si impoverisce il tessuto produttivo qui, sarete costretti a tornare”. Mai profezia fu così vera: adesso il prodotto italiano della nostra eccellenza è tornato. Il problema, però, è che mancano 15 anni di formazione» spiega Cinzia Fabris, presidente di CNA Vicenza, in questa intervista al Giornale di Vicenza.

«La grande impresa non farebbe nulla se non avesse me, noi, come terzisti. Denigrare il lavoro fatto da mani esperte non porta da nessuna parte. Io lavoro nel tessile, iniziò mia madre e lo sento come scelta di vita, di famiglia. Ma il tessile è stato il primo a patire la delocalizzazione, anche selvaggia: le grandi aziende misero il costo del lavoro come fattore principale. Io lo dicevo, allora: “È un errore, si impoverisce il tessuto produttivo qui, sarete costretti a tornare”. Mai profezia fu così vera: il “fast fashion” di basso livello no, ma adesso il prodotto di italiano della nostra eccellenza è tornatoIl problema però, come diceva il manager Luca Vignaga di Marzotto qui al festival, è che mancano 15 anni di formazione. Il trend si sente: non stiamo affatto finendo, ci sono ancora speranze per noi».

C’è passione in ogni parola, nella presidente Cinzia Fabris di Cna Vicenza che dà vita al festival Make in Italy col Comune di Thiene e Italypost.

Come si recuperano 15 anni di formazione al manifatturiero?

Il problema sono le famiglie dei ragazzi: sono restìe alla “produzione con le mani”, alla “fabbrica”. Ma sono le mani che lavorano e creano, pur con la tecnologia e i computer di oggi. E vedo che i giovani di oggi hanno voglia di tornare al lavoro con le mani. La scuola non ha più fatto vedere “come si fa”, c’è un buco di 15 anni. Ma la scuola è cultura, indirizza i ragazzi a scelte di vita consapevoli sapendo cosa vogliono fare, poi serve collaborazione ma sono le imprese che formano le figure professionali che interessano. Invece ho la sensazione che l’impresa cerchi nel giovane il “cotto e mangiato”, senza fare fatica a formare le sue forze lavoro.

L’Alternanza scuola-lavoro però può formare un “pre-cotto”?

L’Alternanza dovrebbe essere un obbligo. Ma come imprenditore devo anche sapere che non posso affidare “lavoretti” a questi ragazzi, ma devo impegnare un operaio specializzato ad affiancare il ragazzo nell’insegnargli come fare. È un costo, certo. Ma è anche un investimento.

La vostra assemblea oggi pone il tema “rappresentanza” delle imprese: perché?

Ci stanno by-passando: “Non servono le associazioni”, dicono. Ma io ci credo: la rappresentanza è indispensabile, l’essere uniti nel gestire servizi e bisogni ha valore.

La politica però, specie da Renzi in poi e anche oggi, tende a dire: “Noi saltiamo le associazioni e parliamo direttamente agli imprenditori, alla gente”.

È colpa nostra. Se ci poniamo come antagonisti, crei il sospetto nella controparte. Se ti poni come partner della politica per far crescere assieme il Paese, e penso sarebbe un passaggio epocale, funziona. Noi qui siamo l’unica associazione, tra tutte quelle artigiane, che cresce di iscritti: ci sarà un motivo. C’è passione, attenzione alle imprese socie. E siamo un’associazione “femmina” in Cna Vicenza: non cerchiamo la contrapposizione “testosteronica” che hanno altri. I politici tendono a non badarti, se non alzi la voce. Ma non ci interessa questo: con i sindaci che accettano la collaborazione, come a Thiene, siamo collaborativi, inclusivi, e facciamo crescere la città. Questo è il rapporto giusto.

Con il festival cosa volete dire?

Che si può discutere dei grandi temi senza urlarsi contro, e che il piccolo sa diventare grande nel creare futuro.

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